Quarant’anni dopo, il caso Aldo Moro sul palco del teatro Fenaroli - Il testo di Marco Bellelli, con la regia di Eva Martelli raccontano la prigionia

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Lanciano   Eventi 14/03

Quarant’anni dopo, il caso Aldo Moro sul palco del teatro Fenaroli

Il testo di Marco Bellelli, con la regia di Eva Martelli raccontano la prigionia

In occasione del quarantennale della strage di Via Fani e del rapimento di Aldo Moro, venerdì 16 marzo va in scena a Lanciano, nella stagione teatrale del teatro Fenaroli, lo spettacolo “Io ci sarò ancora. Il caso Moro, 1978 – 2018” prodotto dall’Associazione Culturale L’Altritalia e dalla Compagnia teatrale “Il piccolo resto”, con regia e adattamento teatrale di Eva Martelli. In scena Marco Bellelli, anche autore del testo e Paolo Sideri, scenografia di Filippo Iezzi, ricerca musicale di Armando Minutolo, disegno luci di Attilio Martelli, organizzazione di Gianna di Donato.

Il 16 marzo 1978 a Roma, in via Fani, le Brigate Rosse rapirono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, e uccisero i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Aldo Moro venne assassinato dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio 1978. 

I 55 giorni del sequestro ed il suo tragico epilogo rappresentano uno dei momenti più drammatici  della storia della Repubblica. “Io ci sarò ancora, come punto irriducibile di contestazione e di alternativa”: così ammoniva Aldo Moro dalla sua prigionia, come a voler opporre idealmente la sua presenza morale al disegno criminoso che mirava, con la sua scomparsa, alla fine di una stagione politica.

Il testo di Marco Bellelli rappresenta il tentativo di raccontare i 55 giorni del caso Moro attraverso uno sforzo narrativo ampiamente documentato, basato sulle cronache del tempo, sugli atti della Magistratura e delle Commissioni Parlamentari. La regia e il lavoro drammaturgico di Eva Martelli indagano il senso di afasia che irrompe quando ci si appresta a raccontare una tragedia. Due uomini, due generazioni, due voci si mettono al servizio di una storia difficile e complicata. Un rebus che non trova soluzione, ma che vale la pena affrontare per capire il presente. Un percorso di ricerca che parte dal ritrovarsi in un “non luogo”, una zona d’ombra, dove l’unica certezza è che la strada si compie insieme e a turno si assumono i ruoli di questa tragedia collettiva. E’ necessario sperimentare cosa succede quando si è reclusi in una prigione fisica e mentale, cosa significa mettersi nei panni del morto, divenire un “fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata in via Caetani” come scrisse Miriam Mafai il 10 maggio 1978. 

La “sconcia stiva” della Renault, come la definì Mario Luzi, è il punto di partenza e il punto di arrivo. È necessario aprire la stiva e svuotarla, trovarsi di fronte al “carico” e farsene carico, ricostruire le fasi dello stivaggio e indagarne il percorso e poi caricare di nuovo con la consapevolezza di ottenere maggiore pesantezza. Un serio gioco di pieni e di vuoti alla ricerca di un senso che possa gettare luce su un grande naufragio. Un naufragio dal quale si sopravvive cambiati e non si può far altro che “passare il testimone”.

di Redazione Zonalocale.it (redazione@zonalocale.it)

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